Villa Praiano - Eventi - News - Costiera Amalfitana
PRAIANO
La Luminaria di San Domenico è una antica tradizione del ricco patrimonio storico e culturale di Praiano, si festeggia dal 1 al 4 agosto di ogni anno al convento di Santa Maria a Castro, dove si venera San Domenico,tale devozione si tramanda dal 1606 ca, dalla venuta dei frati Domenicani della Sanità di Napoli.La festività è preceduta da un triduo ,durante il quale si realizza questa affascinante e suggestiva tradizione .Da qualche decennio, aveva perso parte del suo fascino a causa dell’avvento dell’energia elettrica e sostituendo le candele con le lampadine,dal 2001 è tornata agli antichi splendori e vede la partecipazione di tutti i cittadini i quali con delle singolari e affascinanti illuminazioni a cera ,adornano le terrazze,le finestre, i giardini, le stradine ,le cupole delle abitazioni e giovani praianesi decorano con 2000 candele ogni sera il decoro di piazza San Gennaro.Nei secoli passati tutti i cittadini durante l’anno conservavano i rami secchi di tralci di vite, di alberi e arbusti,realizzando le “fascine” che poi bruciavano per l’occasione nei giardini, si conservavano barattoli di latta ,di vetro, stracci, olio e strutto irrancidito per poi realizzare le fiaccole. La Luminaria ha un preciso significato: la mamma di San Domenico, prima di partorire, sognò un cane con una fiaccola in bocca che incendiava il Mondo, a significare che il nascituro avrebbe portato in tutto il Mondo la Parola di Dio.
RAVELLO
I Rufolo furono una delle famiglie più ricche e notabili di Ravello. Principi mercanti, si distinsero per le loro capacità indiscusse nel commercio e ricoprirono ruoli di prestigio nel clero; nel foro, nel governo e nelle finanze.
Si suppone addirittura che Lorenzo Rufolo sia il Landolfo, le cui avventure sono riferite da Boccaccio nel Decamerone: vi è infatti uno stretto legame tra il racconto e gli eventi realmente accaduti. Lorenzo, un ricco mercante caduto in rovina, divenne un pirata, fu fatto prigioniero dai genovesi, fu gettato sulla spiaggia di Corfù aggrappato ad una cassa di gioielli e fu salvato da una donna, Lorenzo, dopo la prigionia, si ricongiunse alla madre Anna della Marra. In seguito, ritornò nelle grazie del re e fu ristabilito nei suoi incarichi ma il Principe Carlo obbligò le famiglie Rufolo e della Marra a cedere tanti dei loro averi che essi non riuscirono mai più a rimettersi economicamente. Nei confronti della famiglia Rufolo fu mossa un’accusa di cospirazione da parte di Carlo. Probabilmente fu uno stratagemma per diffamarli e privarli delle loro maggiori ricchezze. Il fatto stesso che i Rufolo rientrarono dopo così breve tempo nelle grazie del re, avvalora la tesi secondo cui l’accusa fosse un mero pretesto per confiscare le loro ricchezze. Nel XV secolo la famiglia aveva perso tutto il suo potere e Peregrino Rufolo, quattordicesimo vescovo di Ravello, parlò di se stesso come l’ultimo della sua stirpe.
Come tutte le famiglie nobili dell’epoca, anche i Rufolo fecero della costruzione di un palazzo il simbolo della propria ricchezza. Villa Rufolo fu costruita nell’XI secolo e fu all’apice del suo splendore durante il governo di Carlo I d’Angiò. Nella sontuosa dimora furono ospitati principi e re, compreso Vittorio Emanuele III.
Dopo la decadenza dei Rufolo, la villa passò, per diritto di successione, alle famiglie Confalone e Muscettola e, poi, nelle mani dei nobili D’Afflitto di Scala nel XVIII secolo. Lo sforzo di questi ultimi per rendere il palazzo abitabile, tuttavia, causò la perdita di molti dei suoi elementi di valore: i soffitti originari furono sostituiti da altri in stile rococò, le mattonelle colorate delle finestre furono ricoperte da intonaco e parte del cortile moresco fu abbattuto per farvi delle cucine. I D’Afflitto si trasferirono poi a Napoli e abbandonarono il palazzo, tanto che, quando esso fu venduto nel 1851 al nobile scozzese Francis Nevile Reid, era completamente inagibile. Reid, uomo di grande cultura ed amante dell’arte, restaurò completamente il palazzo ed i suoi giardini, affidando i lavori a Michele Ruggiero, in seguito direttore degli scavi di Pompei. Meta prediletta di musicisti, artisti e poeti, decantata nei versi del Bocaccio, e nei cui giardini Richard Wagner rivide la materializzazione delle sue opere e della sua immaginazione.: un’esperienza unica da vivere in cui scoprire un mondo al di fuori delle convenzioni. Gioiello prediletto di Ravello, cuore ribelle dell’ormai decaduta Repubblica d’Amalfi, racchiude in sé secoli di storia, d’opere magnifiche e di leggenda. La struttura della Villa è un unicum dal punto di vista architettonico e decorativo, che non ha mai mancato di suscitare la sorpresa e lo stupore di quei viaggiatori che a diverso titolo si sono recati qui nei secoli. La sua unicità è un indicatore del crocevia di fitti scambi commerciali e culturali avvenuti nel tempo; caratteristiche che le hanno valso la nomina di “una piccola Alhambra” (Gregorovius). Il Ravello Festival parte dal presupposto che siamo in piena società postindustriale, centrata sulla produzione di beni immateriali come i servizi, le informazioni, i simboli, i valori l’estetica.
Una società in cui il lavoro rappresenta appena un settimo della vita media e in cui prevalgono le attività intellettuali, flessibili e creative. Una società in cui emergono valori come la creatività, l’etica, l’estetica, l’emotività, la soggettività, la femminilizzazione, la destrutturazione del tempo e dello spazio, la qualità della vita. Una società in cui i bisogni crescenti, radicali e qualitativi dell’introspezione, dell’amicizia, dell’amore, del gioco, della bellezza, della convivialità, si intrecciano con i bisogni decrescenti, indotti e quantitativi del potere, del possesso, del denaro. Una società in cui nuove forme di lusso, come la disponibilità di tempo e di spazio, il silenzio, la sicurezza, il senso profondo delle cose, l’autonomia, la bellezza, la serenità, sono apprezzate non meno della ricchezza e della sua ostentazione. Una società in cui si afferma un modello nuovo di vita centrato sull’ozio creativo inteso come opportunità post-moderna di ibridare gioco, svago, studio, apprendimento, lavoro, produzione di saperi, di ricchezze, di benessere. Il Ravello Festival parte dal presupposto che siamo in piena società postindustriale, centrata sulla produzione di beni immateriali come i servizi, le informazioni, i simboli, i valori l’estetica.Una società in cui il lavoro rappresenta appena un settimo della vita media e in cui prevalgono le attività intellettuali, flessibili e creative. Una società in cui emergono valori come la creatività, l’etica, l’estetica, l’emotività, la soggettività, la femminilizzazione, la destrutturazione del tempo e dello spazio, la qualità della vita. Una società in cui i bisogni crescenti, radicali e qualitativi dell’introspezione, dell’amicizia, dell’amore, del gioco, della bellezza, della convivialità, si intrecciano con i bisogni decrescenti, indotti e quantitativi del potere, del possesso, del denaro. Una società in cui nuove forme di lusso, come la disponibilità di tempo e di spazio, il silenzio, la sicurezza, il senso profondo delle cose, l’autonomia, la bellezza, la serenità, sono apprezzate non meno della ricchezza e della sua ostentazione. Una società in cui si afferma un modello nuovo di vita centrato sull’ozio creativo inteso come opportunità post-moderna di ibridare gioco, svago, studio, apprendimento, lavoro, produzione di saperi, di ricchezze, di benessere. In questo contesto, il Festival intende contribuire alla crescita culturale ed economica di ravello e della regione; al benessere fisico e intellettuale dei turisti; alla sperimentazione di un modello di sviluppo postindustriale compatibile con il territorio ed esportabile in località affini.Valori privilegiati dal Ravello Festival sono la creatività, la raffinatezza, l’internazionalità, la solarità, la serenità, la perfezione organizzativa.



